Lunedì, Novembre 10, 2008

Architetture di rete e loro attualizzazione attraverso un search engine di genere

Intervento su "cercatrice di rete" del 3 ottobre 2007 al ConvegnoWomen’s Lib-rary organizzato dal  Centro Studi e Documentazione Pensiero Femminile di Torino.

di Marzia Vaccari

Per me è molto importante usare la rete per mostrarvi alcuni percorsi per darvi qualche suggestione lungo il percorso dello svelamento di nuovi meccanismi di “dominazione” inscritti nelle tecnologie dell’ IC. Chi mi ha preceduto penso abbia insistito, e anche chi poi continuerà dopo di me, su questa esigenza che i saperi, le competenze, la produzione di informazione, la produzione culturale, gli archivi, i cataloghi, diano ragione a un modo di rappresentare il mondo che è specificatamente l’altra metà del cielo rispetto appunto a un generico neutro.

In questo caso penso che anche Adriana abbia fatto capire bene come dietro la concezione del linguaggio neutro ci sia la rappresentazione del simbolico maschile. Vorrei mostravi concretamente questa astrazione attraverso l’ interrogazione, via Internet, del catalogo delle biblioteche italiane. Utilizzerò la maschera che mi permette di interrogare il Sistema Bibliotecario Nazionale, spero, mentre vi mostro l’operazione a computer, che voi possiate anche aggiungere osservazioni, con la vostra competenza, a questo ragionamento perché prendo in prestito questa architettura di rete, non la conosco a sufficienza come penso invece molte di voi la conoscano; perciò mi perdonerete se non sarò precisa.

In generale mi diverto molto a guardare nella piattaforma software il gioco di nominazione linguistica che veniva agito, perché nominare significa anche far esistere le cose e questo l’ho imparato da Sabatini, da Adriana e dalle altre, da Patrizia Violi… e nominare in questo caso significa nominare dentro a una piattaforma ad un’architettura di rete qual’è il Sistema Bibliotecario Nazionale. Esso raccoglie i cataloghi di 15.000 biblioteche italiane. Iniziamo con la ricerca di una monografia, ma è possibile anche lo spoglio di una rivista. Cerchiamo insomma del materiale documentale e non sappiamo esattamente il titolo dell’opera; in un sistema come questo credo che il campo SOGGETTO e il campo CLASSIFICAZIONE, NUMERO e DESCRIZIONE immediatamente ci invitano a digitare delle parole chiave. Nel preparare questo intervento mi sono cimentata a cercare che cosa mi può restituire il Sistema Bibliotecario Nazionale alla parola stupro, scelta perché, non dimentichiamolo mai, è densissima di significati spesso dolorosissimi per noi donne.

Voi mi scuserete, ma con intenzione uso questa parola così forte perché comunque vorrei che fosse chiaro per tutte noi che chi si occupa di queste cose fa una pratica politica che è sempre un corpo a corpo con gli oggetti, in questo caso con le parole. E notate la cosa sconvolgente: 15.000 biblioteche che tutte insieme popolano questa banca dati mi danno 2 item, 2 risultati e per fortuna che appunto abbiamo il Processo per stupro della grande e mitica Loredana Rotondo. Qui mi fermo e passo ad un altro percorso di ricerca, per oralo parcheggiamo sul desktop. Passiamo ad un altro dato e andiamo in un’altra piattaforma che fa interrogazione di cataloghi, medesimo oggetto informatico ma diverso contenuto informativo, e andiamo a scegliere la rete Lilith perché credo che sia importante anche mostrarvela e presentarvela nella sua espressione on.line dal sito della rete implementato appositamente sul Server Donne. L’obiettivo è di usare un metro di paragone vicino all’IR (Information Retrieval) del SBN. Nel caso della banca dati di Lilith cerco nel campo PAROLE CHIAVE che è l’analogo, nell’altra piattaforma IR (nel Sistema Bibliotecario Nazionale) del campo SOGGETTO. Mi rimetto a digitare questa parola così sconvolgente. E in corrispondenza di questa parola chiave io ritrovo 163 item. Voi capite il risultato sconvolgente a cui giungiamo, al di là di tutte le particolarità tecniche, esempio il Sistema Bibliotecario Nazionale dovremmo compararlo con la base dati Lilith all’interno dei medesimi oggetti della biblioteconomia, le monografie piuttosto che lo spoglio di riviste, materiali grigi piuttosto che video o altro.

Io non mi dilungo su queste cose perché non è la mia competenza. Vorrei porre alla vostra attenzione al dato quantitativo: 2 item in un sistema che cataloga 15.000 biblioteche, 163 item in un sistema che ha permesso la riunificazione dei cataloghi di una trentina (30) di Centri di Documentazione delle donne.

Ecco, credo, che partendo già da questo, il fenomeno ci ha fatto un attimo sobbalzare. Mi sono posta tante domande che ci riguardano in questo momento, visto che in questa giornata stiamo cercando di attualizzare il lavoro fatto e il lavoro da fare. E allora questo è un dato che io vi ho portato perché vorrei fare a tutte voi e a tutti voi, uomini e donne, un grande invito. D’accordo le frontiere del web si spostano continuamente: siamo al web 2.0, si parla anche di un web 3.0, se volete ne possiamo anche parlare, ma quello che mi mostro è una tecnologia precedente al web. Come architettura di rete visualizziamo degli IR che esistevano ancora prima del web; attualizzare significa per me dire a tutti voi che c’è ancora tantissimo lavoro, questo l’invito. Nel momento in cui una biblioteca, un centro di documentazione entra in un circuito, che permette la condivisione del nostro patrimonio documentale italiano, il lavoro da fare è veramente quello di andare a contaminare questo ambiente e questa architettura di rete perché la catalogazione partecipata, la catalogazione diciamo delle vostre biblioteche che viene poi riversata nel sistema più generale se conterrà nei campi descrittori, nel soggetto, le parole che ci rappresentano sicuramente il sistema nazionale potrà restituire a tutte noi la ricchezza dei nostri patrimoni, in questo caso cartacei, i nostri patrimoni documentali. Questo la prima suggestione, vediamo l’altra che segue il passaggio dagli IR al web.

Quello che vorrei mostrarvi è come in questo gioco comparativo fra un’architettura di rete e un’altra la questione della nominazione non muta, non migliora. Il web 1.0, il web che si è imposto e consolidato dalla sua nascita fino a 3-4 anni fa è il web che a fronte dell’enorme mole di informazioni e di documentazione produce i motori di ricerca. Essi funzionano da un lato con procedure di indicizzazione di grande mole di pagine, questa è la parte nascosta, e dall’altro con un algoritmo che cerca in questi grandi indici, attraverso una procedura che genera un elenco di risposte ordinate in base al numero di volte che una parola che noi diremmo parola chiave viene trovata nel testo combinata con il numero e le volte che quel testo è stato “linkato da altri”. Il passaggio del “linkato da altri” è, a mio parere, fondamentale perché il page rank, questa la definizione, ossia la capacità che ha un motore di ricerca di mettere al primo posto un documento piuttosto che un altro non è soltanto dal numero di volte dove trova la parola  in quel testo ma anche dal numero di link, di collegamenti, di citazioni. Il collegamento altro non è che una citazione. L’associazione Orlando già da una decina d’anni si è posta all’interno di una visione “romantica”, quella di abitare le tecnologie portando l’autonomia e la libertà delle donne, quell’autonomia e libertà che abbiamo imparato in tanti altri luoghi della nostra vita. Nell’abitare le tecnologie portare libertà e autonomia ha significato innanzitutto, accorgerci che non era solo un problema di nominazione e di dominazione ma c’era un problema di esistere. Mi spiego meglio, per tanti anni abbiamo combattuto con la difficoltà di essere rintracciate in maniera pertinente e precisa, per tanti anni il motore di ricerca più famoso del mondo digitando la parola donna e digitando il dominio women ha messo ai primi posti pattume, trash, materiale pornografico. In pochi e in poche se ne sono accorti perché tutto sommato questa deriva del web non ha toccato le nostre rappresentazioni. Sicuramente noi eravamo in un altrove a fare altro. Noi che gestivamo, dal punto di visto informatico, il dominio women.it ci siamo accorte che lentamente le centinaia di utenti del server quelle di noi che avevano come casella di posta elettronica @women.it venivano bersagliate di spamming pornografico semplicemente perché avevano questa parolina che è women, che è donne. E direi che qui si apre veramente una dimensione che è tutta politica all’interno di una tecnologia che in apparenza invece rimanda ad un’oggettività, ad una scientificità, ad un neutro che comunque deve nel simbolico valere per tutti.

Qui vado molto velocemente, saltanto molti passaggi,abbiamo intrapreso molti altri tipi di azioni per continuare ad esistere. Vengo ad una delle ultime: quella di produrre un software contro lo spamming pornografico. Ciò che vorrei mostrarvi è che la capacità di usare una tecnologia di rete, come un robot di ricerca, un search engine non è impraticabile perchè il messaggio che vorrei portare avanti oggi è quello di farvi vedere come avendo il coraggio di sfidare un potere delle citazioni come quello di google si può introdurre, da un’altra parte e con la contaminazione dei saperi, un altro simbolico quello delle donne. Per questo abbiamo allestito una piattaforma di search engine  e l’abbiamo chiamata “cercatrice di rete”. La tecnologia è la medesima, cambia soltanto la dimensione dell’artefatto tecnologico: Google ha 25 centri di calcolo sparsi in tutto il mondo, ha milioni di gigabyte di memoria per contenere i dati, ma quando è nato, è nato con uno, due, tre macchine perchè la tecnologia non è mai ambiente fine a se stesso rischiamo di farla diventare ambiente a noi stessi, quando in realtà è ambiente da abitare. E noi abbiamo cercato di abitarla con Cercatrice di rete. Praticamente abbiamo indicizzato attraverso pratiche di condivisione di saperi: quello delle/degli informatici, quello delle/dei linguisti, quello delle/degli esperti di biblioteconomia, la stessa Piera Codognotto ha contribuito; Maria Pia Brancadori, esperta di filosofia della differenza sessuale, le bibliotecarie della biblioteca delle donne di Bologna. Abbiamo cercato di popolare il motore di Cercatrice partendo appunto dai linguaggi naturali e con l’analisi dei testi e usando Google. Abbiamo fatto dei ponti fra Cercatrice e Google: sfruttiamo Google e la sua potenza di calcolo e imbarchiamo siti ma li filtriamo con le nostre competenze, le nostre rappresentazioni, il nostro simbolico di donne e il risultato è un nuovo artefatto tecnologico. Ha indicizzato tutti i siti italiani delle donne o meglio tutti i materiali che, per ora, abbiamo trovato in rete in lingua italiana; sta anche indicizzando tutti i quotidiani.

L’altra piccola magia che abbiamo fatto è stata quella di orientare, di guidare chi fa ricerche. Entriamo in profondità nel fenomeno. Nella dinamica della query digitando la parola violenza via Google è significativa la sua parzialità. Da 3-4 anni fa Google è molto migliorato, il page rank 3-4 anni fa dava in prevalenza siti pornografici, quando oggi, questi emergono meno facilmente, diciamo che è diventato politicamente corretto perché sicuramente è stato fatto lavoro di pulizia attraverso l’implementazione di filtri. E, come si può vedere dal monitor: il primo risultato della query è wikipedia che ci mostra il suo contenuto. Se entriamo dentro alle altre pagine proposte dall’elenco, la rappresentazione, il significato della parola violenza veicolato da questi siti non è sbagliata ma è neutra, è parziale e per andare a rintracciare una rappresentazione della violenza di altro genere, che considera il nostro genere dobbiamo andare molto in basso nell’elenco. Io sicuramente porto un punto di vista di genere che è contaminato dalla politica del movimento delle donne e per questo gradirei che al primo posto ci fossero i Centri Antiviolenza, che ci fossero le Case delle donne per non subire violenza, perché la rete Internet, che garantisce così bene l’anonimato, spessissimo è utilizzata da chi subisce violenza e fatica a denunciarla e a chiedere aiuto. L’altra magia che abbiamo cercato di realizzare con Cercatrice di rete è di invitare, mostrando, con i suggerimenti alla ricerca, le parole che difficilmente vengono utilizzate e con parole che non si trovano da altre parti.Abbiamo fatto il match con i thesauri che citavano Adriana e Piera: “Linguaggio Donna”, “Tempi e spazi” e “L’inviolabilità del corpo” del progetto Abside. Questi tre thesauri sono stati inseriti dentro a un filtro e quando digito la parola violenza vengono richiamate lemmi e parole politematiche tratte dai Thesauri. In questo caso in corrispondenza della query sulla violenza viene fuori il suggerimento a utilizzare anche “Centro antiviolenza”, “movimento delle donne”, sessismo, stupro, violenza carnale e altro. L’interfaccia permette di usare nella query le politematiche e così si può richiamare Centro antiviolenza e, immediatamente, vengono restituite tutte quelle informazioni che Google lascerebbe a metà della sua graduatoria, a 2/3, in fondo! Ecco questa è la seconda suggestione.

Passo all’ultima, per poi concludere. Quello che vi ho fatto vedere è, per me, la scena del digitale. Ora vorrei guardare, con voi, questi argomenti da dietro la scena. Cosa c’è dietro alla scena? Vi ho parlato di Alverman che è il software, messo a punto da noi informatici, per l’allestimento di Cercatrice ma mi piacerebbe parlarvi dell’evoluzione dell’web che, a nostro parere, è molto interessante ed anche importante per le donne anche per le pratiche politiche a cui siamo abituate. E’ la grande conversazione del web 2.0: una grande conversazione dal basso che la rete mette a disposizione in maniera gratuita e user friendly attraverso le piattaforme di scrittura collaborativa come Wikipedia e il WIKI che è un modo di scrivere in tanti e di pubblicare così contenuti condivisi.

Lungo questo filone già da un paio di anni si è creata proprio anche una forma di richiamo dal virtuale al reale che sono le manifestazioni dove ci si incontra, si discute e la preparazione dell’incontro viene fatta via rete. A Bologna ci siamo cimentati in una di queste manifestazione che è stata tutta organizzata via rete. Federica Fabbiani che mi sta aiutando in questo momento con la navigazione in Rete che vedete al monitor, ha cavalcando l’onda di questo tipo di iniziative chiamate Barcamp, promuovendo e organizzando un Femcamp. Riporto integralmente il testo che potete vedere collegandovi a http://barcamp.org/FemCamp: “Femcamp è un barcamp per parlare di donne nelle tecnologie e tecnologie delle donne. Il FemCamp ha un tema: le nuove tecnologie per valorizzare "le voci, le visioni, le azioni delle donne". Analizziamo insieme, donne e uomini, come svelare i condizionamenti dei comportamenti culturali, messi in atto dalla società, ed evitare la conseguente stereotipizzazione di entrambi i sessi. Il FemCamp si inserisce nell’ambito del convegno transnazionale “E-WIT” di TechnéDonne, progetto finanziato dall’Iniziativa Comunitaria Equal, che nei due anni di attività ha cercato di contrastare la segregazione professionale femminile nelle ICT, affrontando in maniera innovativa il gender digital divide.” E’ stato un esempio di scrittura collaborativa che si è coagulata attorno ad un evento, tenutosi a Bologna il 26 maggio 2007, invitando le donne in rete a proporre argomenti e a pubblicare nel WIKI, in anteprima, i loro materiali. Poi tutte ci siamo ritrovate in un spazio reale ad alta densità tecnologica che, attraverso la diretta video metteva a disposizione di tutta la Rete, quello che accadeva quel giorno, amplificando con le dirette web tv e i post la manifestazione. Lo streaming e il dibattito che è poi seguito nei giorni successivi ha prodotto, sempre in Rete, nuovi fenomeni di presa di parola pubblica che, forse è azzardato definire femministi, hanno segnato una importante tappa nella pratica femminista dell’autonomia e della libertà femminile.

Questo per dirvi come l’evoluzione della rete sta andando verso queste grandi piattaforme collaborazione, che partono tutte dallo spirito del free software, delle piattaforme aperte, della costruzione di artefatti tecnologici che non sono proprietari. Queste affermazioni tante di voi le conoscono e, proprio all’interno di questa evoluzione, abbiamo messo in cantiere un altro progetto che Annamaria Tagliavini prima citava: quello della Biblioteca Digitale delle Donne. Ecco, qui vi vorrei mostrare l’ultima operazione che nel suo divenire ha svelato anche a noi la strada per sottrarci al potere delle nuovi dominazioni introdotte dalle ICT. La piattaforma che abbiamo scelto, che si chiama E.PRINTS, un software gratuito, in linea con quello che ha sempre fatto anche Lilith usando CDS-ISIS,distribuito dall’Unesco, per la gratuità.

Sfruttando l’offerta del Consorzio internazionale di condivisione di materiali digitali (materiali grigi, video, power point) abbiamo cercato di costruire un archivio digitale e di implementare moduli software per la digitalizzazione e la visualizzaizone di libri. Il primo tassello è stato la digitalizzazione di tutti i manifesti che il Centro delle Donne di Bologna ha collezionato in questi decenni. Con il supporto di un esperto di e.prints, le bibliotecarie della biblioteca e le ragazze dello staff tecnico di Server Donna hanno studiato i formati dei dati per rispettare le specifiche assegnate a questi dalla Sovrintendenza ai Beni Culturali. Il risultato è stato l’artefatto consultabile all’indirizzo www.bibliotecadigitaledelledonne.it. Vediamo un esempio del suo funzionamento: andiamo a richiamare, dall’interfaccia la lettera M, il manifesto sull’iniziativa su Rosellina Archinto, possiamo vedere l’intero manifesto. Non mi dilungo sull’impatto politico di questa operazione, credo sia evidente, vorrei invece ritornare e svelarvi un po’ quello che c’è dietro la scena. Nel progettare il sistema di archivio e di costruzione di una banca dati, in questo caso di materiali documentali digitalizzati (es. i manifesti) è fondamentale scegliere il software aperto dell’open source perché fa sì che un motore di ricerca possa rintracciare questa unità informativa senza dover andare obbligatoriamente al suo IR, come abbiamo visto all’inizio con SBN e, come abbiamo visto, anche con Lilith. Bene, il software scelto permette di fare questo.

Nel fare questo, abbiamo capito quanta politica c’è in rete perché la scorsa settimana, un po’ per testare il software e un po’ per prepararci a questo intervento, abbiamo voluto vedere il comportamento di Google rispetto alla nuova fonte informativa costituita dalla Biblioteca digitale delle donne. Abbiamo scoperto che non la conosce, non ne sa l’esistenza, perché? Perché nessuno ha fatto ancora un link ipertestuale al sito. Infatti se adesso Federica riconsulta google e cerca “Il Manifesto dell’iniziativa dell’Archinto” vedrete che google non è ancora in grado, non ha ancora scoperto, non ha ancora capito che c’è, che esiste! E se anche scorriamo tutto l’elenco di risposte di google questo item non viene mostrato e non lo dà proprio perché non abbiamo ancora fatto un lancio, non è pubblicizzata a tal punto da avere altri siti che linkano. Questo è molto grave, perché da un lato ci fa capire che se nessuno mette tra i propri link una fonte di informazione questa da un motore di ricerca non viene mai trovata. La riprova è con Cercatrice, abbiamo forzato l’indicizzaizione, per venire da voi, e visto che l’evento è richiamato da un altro sito, women.it, il manifesto è stato ritrovato e via questo la Biblioteca Digitale delle Donne. A cascata questo vuoto ingenera un equivoco: google, nuovo rappresentante dell’ universale neutro che rappresenta solo una metà del cielo, con la sua pervasività rischia di far tornare il femminile in una delle parti nascoste della rete, quella non illuminata dall’universalità delle rappresentazioni e dei significati. Qui mi fermo e “al lavoro”.