Gen 31 2007

Cartografie resistenti: raccontare la città e la complessità

Come
si racconta una città? Con le parole,  con i disegni, con le relazioni,
con le  esperienze che coinvolgono corpi e sensi.  Con le psicogeografie.
Una città raccontata è anche passata minuziosamente al setaccio ed è lì
che si  vede cosa rimane impigliato e cosa no.  Luoghi, persone, forme
di dissenso, conflitti,  poteri.

Diventa una indagine che
studia la  complessità a partire da uno schema che  parte da un punto –
mettiamo che sia una strada, un quartiere – che poi si amplia a
raggiera per alimentare o farsi alimentare da altri punti in una rete
di nomi, fatti e cose ai quali non si permette di essere letti in forma
isolata. Tutto deriva da, tutto dipende da, tutto confina con, tutto
porta a qualcos’altro.

Nulla esiste come fatto isolato, come
momento a se’. Per ogni cosa le responsabilità e i meriti scorrono
lievi da un segno all’altro, perdendo di intensità man mano che si
allontanano dal luogo di partenza, sviluppando nuove strategie per
attraversare ogni confine che incontrano. Ma i meriti o la
responsabilità restano. La linea che unisce quei punti c’e’ tutta. Non
si interrompe.

E mentre c’e’ chi insiste nella frammentazione, nella presentazione di pezzi di realtà al centimetro, c’e’ invece chi costruisce progetti
complicati per leggerla o provare a leggerla tutta intera. C’e’ chi
ridisegna i confini della vita vissuta, così come un tempo furono
realizzate le carte per descrivere la vastità del nostro pianeta, e lo
fa attraverso uno strumento vecchio ma anche nuovo: la mappa. 

Cartografie resistenti questa cosa la fa utilizzando la tecnologia. Non solo: E’ una tecnologia che utilizza sistemi di partecipazione collettiva (Twiki)
di cui altri meglio di me sicuramente possono e sanno parlare. La
questione che ci riguarda è però che uno strumento del genere può
davvero permettere di dare uno sguardo – anche distratto per chi non ha
tempo – ad una città (come in questo caso) guardandola per insiemi, per
reti di affinità, per armonie e disarmonie, per luoghi liberati ed
altri ancora prevaricati. Tutto condito da una filosofia di base che è
certamente di parte, ma che già si piglia l’onere di tessere
complessità dove altri invece stabiliscono limiti deleteri e
parcellizzazione delle verità.

Di tutta la parte spiegata e condivisa al workshop che ieri i/le cartograf* resistenti hanno proposto all’Asilo Occupato,
mi hanno entusiasmato l’intelligenza, il ragionamento, la generosità e
la genialità del produrre o riadattare, modificare programmi, software
per darsi/dare risposte ad una esigenza collettiva, per tessere un
mosaico che non è fatto di guadagni e spesso neppure di gloria e
gratificazioni personali. 

E’ la stessa generosità che si legge
in molti altri progetti di cui spesso l’unica parte che si conosce è
l’interfaccia grafica di un sito. Autistici/Inventati,
che ospita anche questo blog, per dirne uno. Ma ce ne sarebbero molti
altri, che non censisco per ora perchè vale la pena farlo per bene,
senza far torto a nessuno, rispetto ai quali nutro la stessa complessa
– perchè fatta di conflitti
e amore incondizionato allo stesso tempo – inevitabile ammirazione.
Così affascinata e sedotta volgo al termine di questo mio report
semiserio – mentre muovo il corpo al ritmo della musica marocchina di
marocco dell’Orchestre National de Barbes, uguale spiccicata a quella
di Enzo Avitabile tranne per le lingue – sulle fascinazioni e le
passioni civili.

Al workshop io c’ero come inviata speciale di un gruppo di donne meravigliose che fanno parte del Centro Documentazione Carlo Giuliani
con le quali abbiamo tanto discusso di mappe dei corpi, della città
attraverso i corpi, attraverso i sensi, per segnare anche da un punto
di vista di genere i luoghi di ostilità e quelli non ostili. Pezzi di
complessità da inserire tra altre complessità. Da sommare, fare
insieme, condividere. Ispirate e complici anche di progetti come quello
portato avanti dalle meravigliose Sexyshock e da chi ha organizzato il festival Cartografie in Erba.
Tremo pensando a quando mi fermerò a spiegare alle mie compagne di
percorso come inserire un testo o una immagine nel bel mezzo della
mappatura. Magari un altro workshop (tra qualche mese) aiuterebbe 🙂

E infine un annuncio: l’indagine/mappa dei consultori delle Vagine Volanti
è finalmente online. Assistere ieri durante il workshop all’upload dei
materiali, con tutto il carico di ansia, di suspence (perchè quella
foto proprio non veniva su) che abbiamo condiviso è stato emozionante
come se avessi assistito ad un lungo e laborioso parto.

Il figliolo o la figliola (cyber/queer per forza di cose) dat* alla luce si chiama ConsultiAmoci ed è una utilissima guida dei consultori radiografati dagli occhi, dalle camminate e dalle ore di anticamera delle Vagine.
Ne esce fuori un quadro effettivamente imprevedibile e tristissimo se
si pensa che si tratta di sanità pubblica toscana, compagnona e tanto
ma tanto sedicente laica.

I consultori sono pieni zeppi di
obiettori di coscienza, di gente che non sa o non avrebbe problemi a
dividere la scrivania con quell* del movimento per la vita e vi sono
solo alcune fasce orarie precise – segnate su ConsultiAmoci – durante le quali si trova qualcuno disponibile per parlare di interruzioni di gravidanza o anche solo per prescrivere la pillola del giorno dopo. Per gli ospedali in cui si realizza l’intervento di interruzione il quadro è ancora più deprimente.

La
cosa grave è che negli ultimi anni siamo passati dall’uso del verbo
"prevenire" a "disincentivare". Riepilogando: chi ha la responsabilità
degli aborti fatti a pagamento negli ambulatori privati? Chi promuove e
incoraggia il business degli aborti con residui di placenta nel corpo,
con emorraggie non tamponate, con morti taciute? Chi ha deciso che può
abortire solo chi ha i soldi? Di chi è la responsabilità di quei
bambini lasciati tra l’immondizia per i quali facciamo a gara a
sprecare lacrime e commozione?

Vi lascio con l’entusiasmo per
uno splendido progetto, per una bella e necessaria indagine  e
l’amarezza per domande alle quali nessuno vorrà dare risposte serie.
Anzi no, vi lascio con il sapore del pane buonissimo, fatto in casa,
con le cipolle o non so che altro, accompagnato da verdurine e humus,
che ho mangiato all’Asilo Occupato dopo workshop. 😉

—>>>Da Femminismo a Sud


Gen 10 2007

Netiquette femminista

Avete presente la netiquette? Voglio emendarla. Se faccio sul serio? Non so. Intanto mi invento una netiquette femminista 🙂

Se
è vero che la rete è uno spazio libero dove si realizza una sorta di
abbattimento delle barriere sociali e non ci sono più differenze
eccetera eccetera, allora perché la netiquette privilegia solo gli
addetti ai lavori?

Frequento la rete da
molti anni e il mio punto di vista è che la storia dell’abbattimento
delle barriere è tutta una balla buona per lasciare spazio a forme di
egemonia ambigue e totalitarie.

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La
rete può essere un fantastico luogo di lavoro e di socializzazione
creativa o un corridoio buio attraverso il quale il passaggio è
costellato da schiaffoni e pedate nel culo da parte di mani e piedi
invisibili (perchè tutelati da un anonimato che certo servirebbe a
preservare aree di libertà e non a diventare rifugio di codardi che di
mestiere sanno solo insultare e diffamare). Roba da far venire la
sindrome da accerchiamento o la paranoia (termine assai usato nella
rete).

La rete è una beffa perché finge di accogliere chiunque e
finisce per essere costellata da centinaia di luoghi settari che
privilegiano il concetto utilitaristico e meritocratico di capacità
produttiva (senza differenze di genere, certo).

La
rete è una piazza irrispettosa dove non si tiene conto delle differenze
perché tenerne conto sarebbe troppa fatica. Così si continua in una
utopia alla quale nessuno in fondo crede più, perché il restringimento
degli spazi e la burocrazia dei gruppi dice che c’e’ molto poco di
libero nella rete. Solo rari esempi che sopravvivono per convinzione
umana e politica e che di tanto in tanto provano a guardarsi dentro per
capire come procedere. Esempi che hanno a cuore la libertà in rete e si
preoccupano del reale restringimento degli spazi determinato dal
tecno-controllo e dalle costanti violazioni della privacy.

Come
nella vita reale, nella rete ci sono gruppi di affinità, ci sono
livelli di diversità che non vengono trattati in maniera adeguata. Io –  sebbene
un po’ vi abbia fatto l’abitudine – non riesco comunque a immaginare
una conversazione tra un ragazzino di 15 anni e una donna di 60 che
vada diversamente da un: “Mi spieghi per favore come posso fare questa
cosa?” e lui “Sbattiti e impara. Cerca su google.it e troverai tutti i
manuali che ti servono…”

Dove sta la libertà
in una conversazione come questa? Dove sta l’assenza di regole? Dove
sta la comunanza, la condivisione,
l’abbattimento/accettazione/comprensione delle diversità? Di quali
diversità si parla allora? Di quelle di genere? Quando stiamo nella
rete noi smettiamo di essere donne? Gli uomini smettono improvvisamente
di essere uomini? Smettiamo di essere di culture, di età e formazione
diverse?

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