Gen 21 2009

I video game e le programmatrici discriminate

Da Punto Informatico

Roma – I videogiochi hanno subito sino a tempi recenti lo stigma di essere un prodotto fatto da maschi per altri maschi. Quantunque ormai sdoganata l’idea di una ragazza intenta a divertirsi con la Playstation, non altrettanto appartiene all’immaginario collettivo la figura di programmatrice o declinare al femminile un qualsivoglia impiego nell’industria videoludica nonostante l’impegno di organi quale il Women In Games International.

sviluppatriciPunto Informatico ha già investigato di recente le ragioni di un disamore del gentilsesso per una carriera nel mondo IT, stavolta però è un sondaggio di una facoltà britannica a vagliare elementi di discriminazione verso le donne interessate ad un lavoro in questo campo. Abbiamo quindi interrogato Julie Prescott, ricercatrice all’Università di Liverpool e curatrice, nel più ampio progetto Breaking Barriers in the Workplace, della ricerca sugli ostacoli all’avanzamento professionale in rosa nel settore videogame.

Punto Informatico: Sei in possesso di qualche risultato preliminare da condividere coi nostri lettori? Esiste qualche concreta barriera nei confronti delle donne per un iter lavorativo nei videogiochi?
Julie Prescott: Secondo le statistiche del 2006 solo il 12% dei dipendenti dell’industria videoludica britannica sono donne e l’IGDA (International Game Developers Association, ndr) ha riscontrato dati simili negli USA e in Canada. Al momento sto cercando di reperire risultati su scala mondiale.

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Gen 19 2009

Al Jazeera diffonde video in CC

http://mediaoriente.files.wordpress.com/2009/01/aljazeeracc.jpg?w=270&h=227Giusto ieri si parlava di licenze creative commons a proposito del comitato antipirateria messo in piedi dal nostro governo includendo tra i membri la Siae in una totale dimostrazione di conflitto di interessi. Oggi veniamo a conoscenza del fatto che Aljazeera ha messo a disposizione per il pubblico i propri video con licenza Creative Commons.

La opzione che ha scelto è quella che permette la copia e diffusione con attribuzione alla fonte, ne vieta l’uso per motivi commerciali e non consente di farne opere derivate. E’ una attribution che da esclusivamente credito alla fonte e non c’e’ dunque una reciprocità della condivisione (share alike, condividi allo stesso modo). Sia Espanz che il blog Mediaoriente sono d’accordo nel dire che Al Jazeera, mentre il nostro contesto giornalistico è patetico e si serve di schemi anacronistici, è invece al passo con i tempi e ha capito come utilizzare la rete per una rapida diffusione di notizie a costo zero.

Lo ha dimostrato prima con twitter, poi diffondendo video attraverso youtube. Ora questa altra mossa che rende l’emittente simpatica agli amanti del filesharing e allo stesso tempo si propone di utilizzare il massimo potenziale di diffusione volontario caratterizzato da ogni spazio in rete. Come dire: noi siamo tranquilli perchè possiamo mettere in circolazione i video di Aljazeera senza essere tacciati di pirateria e il canale tivu’ si assicura una ampia diffusione dei video con un ritorno di immagine e di ascolti. Si tratta pur sempre di una tivu’ commerciale. In ogni caso ha fatto una gran cosa.

E pensare che in Italia non si riesce a fare affezionare alle licenze Creative Commons neppure i creativi dell’area politica più a sinistra. Chiedetevi perchè nei libri che acquistate, nella musica, nei video, nei documentari, nei saggi trovate sempre il bollino Siae. Chiedetevelo e quando avrete capito che state foraggiando una impresa che lucra sul vostro prodotto e prevarica ogni principio minimo della condivisione allora forse potrebbe essere interessante per voi dare un’occhiata alle licenze CC.

—>>>I video di Al Jazeera in CC stanno qui: http://cc.aljazeera.net/

Update: nella discussione che prosegue su Giornalismo Partecipativo, Hjk mi fa notare che nel comunicato trasmesso da Al Jazeera c’e’ scritto che si incoraggia la distribuzione anche per motivi commerciali purchè ci sia una attribuzione alla fonte. Il disclaimer sulla home del sito però fissa i link su una licenza CC 3.0 che non consente uso commerciale. Hjk attribuisce questo ad un errore, cosa che sembrerebbe vera se ci fidiamo del comunicato. Nell’attesa che la home del sito di Al Jazeera descriva in modo coerente le proprie intenzioni ci accontentiamo di divulgare i loro video per motivi non commerciali. E’ già molto! 

da Femminismo a Sud


Gen 1 2009

Allatti? Copriti, svergognata!

http://malapecora.noblogs.org/gallery/401/tettarotta.jpg

A proposito di "vietare l’osceno": guardate un po’ che succede su facebook. Di divieto di esposizione delle tette che allattano ne avevamo già parlato QUI. Ora più che parlarne, data l’assurdità della questione, suggerirei una catena di pubblicazioni di tette che allattano. Sarebbe ora di dire basta a questa censura misogina che deforma l’immaginario delle persone vietando persino che abbiano chiara la percezione del rapporto di carne e sangue che esiste tra una madre e la propria figlia o il proprio figlio. Io per ora non allatto e dunque prendo in prestito la tetta di Malapecora che allatta la meravigliosa Antonia.

E’ comunque veramente singolare che su facebook restino intatti nickname come "ebreo coprofilo merdoso" assieme a gruppi che progettano lo sterminio di rom, la carbonizzazione di centri sociali, e che esprimono valutazioni delicate sulle donne chiamandole non raramente vacche, e poi siano giudicate "oscene" le foto di madri che allattano i propri figli e le proprie figlie. Scatenare contraddizioni in quel luogo, così come in tutta la rete è okay ma riflettendo: quali sono gli altri spazi della rete che non impongono questi stessi limiti e queste stesse restrizioni nel mondo del social network? Servizi blog? Community? Canali di ricerca? E’ una questione che riguarda solo facebook o tutta la rete?

Parliamone.