Quando lui pubblica foto e video per fare violenza su di lei

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Prendiamo questo caso: lui si vuole vendicare, la filma mentre lei fa sesso con alcuni uomini e poi mette foto e video online. L’azienda dalla quale la donna dipende, una a caso, l’alitalia, preoccupata dell’effetto che la questione può avere sulla sua immagine o semplicemente grata per l’opportunità di risparmiare soldi sui dipendenti per darli per intero ai manager, la licenzia.

La donna subisce una violenza da parte dell’uomo, una gravissima lesione della privacy, un danno alla sua "immagine", una ulteriore violenza da parte dell’azienda che la tratta da criminale invece che comprenderla e solidarizzare con lei.

La azienda, in particolare, comunica con chiarezza qual e’ la opinione in italia sulle donne che subiscono violenze e molestie: sono colpevoli di arrecare un danno all’immagine di qualcun altro, sia essa azienda, famiglia, marito, fratello.

Torniamo al vecchio concetto di danno contro la morale che da pubblica diventa persino aziendale nonostante la legge sulla violenza sessuale sia stata modificata nel 1996 in legge sulla violenza contro la persona invece che contro la morale.

In questi casi, esattamente come quando una donna viene stuprata per strada, si pensano le solite cose, il solito cumulo di nefandezze sessiste.

Innanzitutto si sottopone a processo la vittima e non il persecutore. Si dice di lei che se non fosse stata così facile non ci sarebbe stato nessuno a filmarla, che si tratta solo di una effettiva dimostrazione del suo livello di pullaggine, persino che lui, l’uomo, ha avuto ragione a fare quello che ha fatto.

Si instaura così, di fatto, una sorta di delitto d’onore giustificato dalle circostanze con una assoluzione sicura e con pacche sulle spalle agli uomini per aver dato una bella lezione a queste donne sdisonorate.

L’arma giuridica che la donna ha in questo caso è la denuncia per diffamazione magari con richiesta di risarcimento del danno biologico (stress, depressione, altro) e di quello economico.

Il tizio in questione, quello cui ci riferivamo all’inizio, "rischia" di essere rinviato a giudizio anche perchè gli uomini dei filmati lo hanno denunciato a sua volta per diffamazione. Loro però, forse, non sono stati licenziati da nessuno.

In termini giuridici non esiste un reato che classifichi questo tipo di questioni come violenza, molestia, come omicidio sociale, teso cioè alla morte sociale della persona. Oltretutto non esistono leggi utili in questo senso che parlano di singoli e del loro rispetto della privacy e dunque la illiceità questione non sta tanto nel fatto che chiunque può piazzare una tua foto o un video sulla rete ma si risolve invece nell’ipotesi di una intenzionale, premeditata diffamazione.

http://img76.imageshack.us/img76/3773/cyberphotomanip15gs1.jpgPoniamoci il problema di come evitare questo tipo di situazioni. Introdurre reati che sono riferiti a danni provocati sulla rete equivale a causare la morte della privacy di tutt*. Significa chiedere più controllo e farci schedare preventivamente o successivamente perchè la legge lo impone soprattutto riferendosi a quella fattispecie di reati.

Invocare una schedatura preventiva, una intercettazioni di tutte le comunicazioni in rete equivale a dire che tutti noi dovremmo essere inseguiti, schedati mentre camminiamo per strada, telefoniamo, mandiamo una lettera. Resta nella stessa logica del braccialetto elettronico, il contatto diretto 24 ore su 24 con le questure, o in quella delle mille telecamere piazzate in ogni metro quadro delle città che ci spiano mentre parliamo, respiriamo, facciamo l’amore.

Chiedere leggi repressive, di controllo, su questa materia, significa assegnare ad un modello securitario la nostra vita. Come se le violenze, nella vita reale o su internet, fossero causate dal mezzo e non dalle persone che lo usano. Come se il problema non fosse di tipo culturale, con dei livelli di corresponsabilità che si identificano nella cattiva azione dell’alitalia – in questo caso – piuttosto che di altre aziende. Ricordo ad esempio il caso della maestra che fu beccata su youtube mentre l’alunno le palpava il sedere. Su di lui i sociologi fecero milioni di trattati sul bullismo degli adolescenti, sulla perdita dei valori, sulle colpe dei genitori. Nulla che si riferisse al suo comportamento da molestatore incallito. Su di lei invece fu detto di tutto e la scuola, privata, nella quale lavorava, se non erro la licenziò.

Avrebbe potuto lei chiedere al ragazzo un risarcimento per il danno arrecatole? Secondo le nostre regole sociali no perchè lei è stata colpevole di essersi fatta pescare mentre un alunno le palpava il sedere. Se aggiungiamo poi che quel video pare fosse stato messo online da una collega invidiosa abbiamo fatto tombola. Perchè le lesioni della privacy non sono solo ad opera degli uomini ma anche delle donne acide e stizzite che in questo mostrano tutto il loro livello di aggressività subdola, indiretta (che si manifesta contando proprio su un ipotetico anonimato o su un passaparola celato alla malcapitata).

Chi mette una foto o un video online lascia una traccia precisa. I siti che non tutelano la privacy degli utenti registrano indirizzo elettronico (ip: il luogo a partire dal quale chiunque si connette) e dati dell’utente. Rintracciarli è semplice.

E’ semplice anche invocare la chiusura di siti che ospitano queste foto o questi video, sapendo però che mettere in manette un sito non impedisce a chiunque altro di realizzarne ancora uno o di propagare attraverso altri mezzi di diffusione dei contenuti nella rete quello che intendeva comunicare al mondo.

Una rete con dei confini diventerebbe come la rete che viene attribuita dagli occidentali ai cinesi. Con zone non visibili a tutt* e con il potere di spegnere una opinione in qualunque momento. Pensate voi a quante persone potrebbero chiedere la chiusura di milioni di siti solo perchè si sentono offesi da quelli.

Però stiamo parlando di un’altra cosa, è vero. Non è minimamente paragonabile e non c’entra il diritto alla libera espressione.

Capite però che le due cose, in un contesto così diverso da quello reale ma allo stesso tempo perfettamente in grado di riprodurre gli stessi schemi, sono immediatamente collegabili.

Allora il punto è: riusciamo almeno nella rete a immaginare un’altra soluzione che non sia quella di riproporre recinti, che sul piano reale abbiamo già visto che non servono a niente, e che ci dia l’opportunità di vivere meglio?

Come si fa a chiedere un controllo preventivo sulla rete quando alle aziende è ancora consentito, nel 2008 e non nel medioevo, di licenziare le proprie dipendenti a salvaguardia della "immagine" e morale aziendale?

Se la causa è una violenza e l’effetto è un licenziamento, quindi quello che dice la gente, la pubblica opinione, non è come dire che bisogna smettere di indossare la minigonna e uscire da sole perchè se ci stuprano è colpa nostra?

Vi sembrerà contorto ma vi assicuro che non lo è. E’ solo una questione molto complessa e va affrontata in maniera non banale. Abbiamo una scommessa da vincere sul piano culturale. Poi abbiamo una dimensione della privacy da tutelare.

In termini culturali dobbiamo stabilire che una donna che viene fotografata nuda e poi sputtanata online non è colpevole di niente ed è vittima di una violenza indiretta, di un omicidio sociale, di uno stupro virtuale. Chi si appropria dell’immagine del nostro corpo per rappresentarlo in qualunque luogo senza la nostra autorizzazione ci sta possedendo, abusando, sta stabilendo un principio di proprietà che è pari allo stupro.

In termini culturali dobbiamo chiarire che il problema non è fare attenzione a quello che dice la gente e che le aziende che invocano il diritto al licenziamento di dipendenti per danni all’immagine meriterebbero, loro si, una sanzione pecuniaria a risarcimento della persona "offesa".

Detto questo resta il problema della violenza. Intanto potete cominciare a difendere la vostra privacy con degli accorgimenti precisi. 

Non significa che dovete indossare una gonna più lunga, solo che dovete essere consapevoli del mezzo che state usando. Alcune volte accade che la lesione della privacy avviene perche avete comunicato il vostro indirizzo o il vostro numero di telefono a qualcuno. Magari via mailing list o via forum o a commento di un articolo su un blog.

Sappiate allora che mailing list, forum, blog, sebbene appaiano talvolta come angoli privati e protetti, sono invece piazze virtuali. Come se lasciaste scritto il vostro nome e numero telefonico su un grosso cartello appeso alla fontana di trevi. State certe che chi passa lo vedrà. In rete oltretutto accade anche un altra cosa che nella storia della fontana di trevi non si realizza.

Queste piazze virtuali vengono lette e riproposte a chiunque sui canali di ricerca. Se voi avete lasciato nome, indirizzo e numero telefonico su una mailing list, forum o blog e qualcuno cerca su google il vostro nome e cognome, egli (facciamo finta si tratti di un uomo ma tenete conto che potreste trovarvi a dovervi difendere anche da una donna) troverà tra le tante informazioni su di voi diffuse sulla rete anche il vostro indirizzo e numero telefonico.

Questo attiene dunque ad un fatto di utilizzo consapevole del mezzo di comunicazione. Cosa ben diversa è invece quando voi comunicate in via privata, anche attraverso le registrazioni sui siti o sui blog, dati che poi vengono svelati in pubblico. Questa è una chiara violazione della privacy. Si può ricorrere al garante della privacy sottoponendogli la questione ovvero si può denunciare la cosa pubblicamente avviando una campagna di boicottaggio contro il sito, blog, spazio virtuale di chi ha violato la vostra privacy.

State certe che nella rete c’e’ una sensibilità diffusa su questo punto e non sareste voi ad essere giudicate male ma chi invece ha commesso la violazione.

Un altro elemento che vi serve sapere è questo: i vostri dati, relativi anche alla vostra utenza telefonica e al vostro indirizzo a partire dal quale vi connettete, vengono conservati per due anni dal provider che utilizzate per andare in rete. Telecom, infostrada, vodafone etc etc. Loro registrano il traffico in entrata e in uscita. Cioè sanno tutto quello che voi fate. Cioè si comportano, secondo la legge vigente, come se voi foste colpevoli prima ancora che voi commettiate un possibile reato. Vi tengono tutt* d’occhio, semmai ne avessero bisogno.

La stessa regola viene applicata da chi gestisce i server che contengono tutte le informazioni che voi riversate su siti, blog, forum, mailing list. Per ciascuno di questi luoghi esiste almeno un server che sta conservando il dettaglio delle vostre discussioni e che è pronto a tirarlo fuori qualora la polizia glielo chiedesse (Noblogs, il luogo che ospita questo blog, non lo fa).

Queste misure sono state introdotte fondamentalmente a tutela del diritto d’autore su pressione delle major americane che rappresentano le case discografiche e l’industria cinematografica contro il p2p, il file sharing. Le stesse misure sono state poi aggravate a seguito del crollo delle due torri a New York. Il pacchetto antiterrorismo statunitense e poi anche europeo hanno stabilito che tutti noi siamo potenziali terroristi e dunque ciascuna delle cose che facciamo deve essere controllata. Altra spinta al controllo è quella della pedofilia, la pedopornografia online. C’e’ chi dice che scovare un branco di segaioli che si divertono a scambiarsi fotografie non è paragonabile alle violenze che normalmente vengono inflitte ai bambini e alle bambine dentro casa, da padri zii e fratelli, o in chiesa per mano del loro prete. C’e’ anche chi dice che gli annunci roboanti sui vari blitz a scoperta di quello e del tal altro gruppo di pedofili, a partire dalle informazioni reperite attraverso lo scambio di materiale pedopornografico in rete, siano in realtà una sorta di specchietto per le allodole per giustificare il controllo massiccio sulle nostre vite a garanzia degli affari delle major. Un po’ come quando vi fanno ringraziare le forze dell’ordine per aver sgominato una banda di mafiosi  pur sapendo che il loro ruolo è quello di garantire un controllo sociale utile ai cossiga, alla p2 e a tutti quelli che al g8 di genova ci volevano decisamente zitti e fuori dalle scatole. 

In ogni caso sappiate che in rete non siete mai sole. Chi innanzitutto lede la vostra privacy è percio’ chi vi ritiene colpevole prima ancora che voi abbiate commesso un reato. E’ chi vi spia dicendo che lo sta facendo per tutelarvi e difendervi. Chi vi registra per poi fare delle vostre informazioni tutto ciò che vuole, compresa la monetizzazione inconsapevole dei vostri gusti, di ciò che vi piace guardare, leggere, visitare in rete, a vantaggio di aziende di marketing che rivendono i vostri dati alle imprese.

Rispetto a questa prospettiva, che riconoscerete ora è assai più ampia: La violazione della privacy causata da un singolo individuo si colloca in una dimensione di violazioni enormi che dovremmo affrontare in maniera sistematica e completa.

Ci serve allora innanzitutto sapere che esistono dei programmi di criptazione dei nostri contenuti. Possiamo proteggerli e poi dare la chiave di ingresso soltanto alle persone con le quali vorremo condividere le nostre informazioni.

Non mancano comunque le proposte legislative che chiedono il divieto dell’uso di sistemi di criptazione dei contenuti in rete. Il perchè è semplice. Si insiste sul fatto che essi verrebbero prevalentemente utilizzati per far passare comunicazioni di amici, parenti, cugini e affiliati di bin laden.

Questo può anche essere vero, tuttavia non ho mai sentito di una regola che dice alle persone di camminare tutte nude e con le braccia alzate perchè tra noi ci sono degli individui armati che ogni tanto commettono omicidi (spesso a danno delle loro mogli, ma questo è un altro problema), scippi, rapine, e altre cose così. Nessuno potrebbe infliggerci la condanna di dover indossare un microchip sottopelle per monitorare la quantità di esplosivo che portiamo a spasso perchè tra noi, esseri umani, ogni tanto c’e’ qualcuno che lo adopera per fare stragi di gente innocente. Non ancora, almeno.

Non esiste neppure una regola che dice che a tutti i fascisti bisogna iniettare il siero della verità ogni mattina per prevenire le loro deliziose tentazioni di squadrismo.

Quindi non si capisce perchè dovremmo attraversare la rete in questa nudità virtuale, consegnando tutta la nostra vita a persone di cui non sappiamo nulla, in nome di una richiesta – indotta – di "maggiore sicurezza".

Senza arrivare ai contenuti criptati, che mi sembra più opportuno proporre in un corso avanzato, si può comunque arrivare ad una serenità da utente consapevole sapendo tutte le cose che ho scritto e sapendo anche che deve cambiare la nostra modalità di reazione alle lesioni della privacy.

Bisogna renderle pubbliche. Così come bisogna stigmatizzare i comportamenti lesivi della nostra vita per imprimere nella rete e in chi la vive il principio che le violenze vanno contestate, contrastate, affrontate, bocciate, criticate, discusse per quello che sono.

Se vi capita di vedere la vostra foto dove non dovrebbe essere potete fregarvene oppure sappiate comunque che dovete esigere dal sito, server, che sia tolta.

Vi racconto un’altra cosa: in genere accade che un video o una immagine viene tolta/o da un sito o da roba più grossa come youtube su diffida o minaccia di azioni legali.

Tanto più è potente e danaroso chi chiede la rimozione dei contenuti diffamatori e tanto più è sicuro che essi saranno rimossi.

Se lo chiedete voi che non siete potenti e che non avete soldi da sprecare in spese legali, i siti e i grossi spazi di contenuti audiovisivi, sono un po’ portati a fregarsene.

D’altronde non gli si può chiedere di controllare le foto una per una o i video uno per uno per vedere se non vanno bene o per accertare che il soggetto delle foto o del video – cioè voi – abbia manifestato un consenso scritto per autorizzare la pubblicazione. Potrebbero farlo, metterci dentro un po’ di burocrazia, firme digitali autenticate e via così. Su indymedia vige invece, senza alcun bisogno di controllo all’origine ne’ di burocratizzazione di alcunchè, la regola di cancellare i contenuti sessisti. Forse alcun* potrebbero fare altrettanto. Google è comunque ricchissima e su youtube, che gli appartiene, forse potrebbe lavorare un po’ meglio.

Questo però introdurrebbe, in questo caso, un meccanismo perverso che equivale alla realizzazione di una commissione di valutazione della attendibilità dei contenuti e della sua validità morale e alla applicazione del principio della censura che per motivi diversi potrebbe essere preteso da altri.

Un cane che si morde la coda. Mille contraddizioni tutte da sviscerare in un contesto peregrino e un po’ particolare come quello della rete dove sembrano non esistere le vie di mezzo: ci sono quelli che esigono controlli severissimi con allegata certezza della pena virtuale e quelli che si barricano dietro la difesa della "neutralità" della rete, della privacy e della libertà di espressione.

Entrambi, spesso seriamente arroccati in logiche identitarie, non sembrano voler seriamente ragionare di queste contraddizioni per venirne a capo e inventare – insieme – un modo nuovo e diverso, che non passa attraverso il controllo, quanto invece attraverso mezzi di autodifesa, di resistenza, di sopravvivenza, aiutati, certo, dalla diffusione di una maggiore consapevolezza su questioni che ci riguardano e che purtroppo per sfiga continuano a perseguitarci anche in rete.

Cominciamo combattendo contro la cultura sessista. Stabiliamo anche però che questa battaglia non c’entra nulla con la moralizzazione un po’ fascista di chi ipocritamente vuole le donne coperte in rete o in strada (in strada interviene il ddl carfagna e in rete vorrebbero fare della "case chiuse"- siti chiusi – gestite da provider papponi) per poi scoprirle di più in televisione. Stabiliamo dunque che in rete possono esserci foto di donne nude con forme di tutela per i minori la cui responsabilità deve essere condivisa collettivamente e non affidata solo e sempre alla madre (che se lo guardasse quel figliolo per impedire che non guardi le foto). Come per i numeri 166 prima 144. Le compagnie telefoniche si arricchivano con gli introiti dei figlioli biricchini. Perciò è pesata tanto la richiesta dei consumatori di dare possibilità di rinuncia all’accesso a quei numeri. Lo stesso si potrebbe fare con i siti. Non censura ma scelta preventiva delle famiglie di selezionare la tipologia di siti cui vogliono avere accesso e quali no. Una scelta attiva degli utenti invece che un obbligo inflitto dalle autorità.

Stabiliamo che in rete possono esserci foto di donne nude, alcune per scelta e alcune invece no. Stabiliamo che nell’uno e nell’altro caso una donna non è puttana. Che se pubblica sue foto per passione o per lavoro ha diritto di farlo e se si lamenta perchè qualcun altro ha pubblicato sue foto a sua insaputa o per farle violenza ha ben ragione di farlo e di reagire come vuole. C’e’ differenza tra una cosa che viene fatta per libera scelta e un’altra che viene inflitta per limitare la nostra libertà.

Quando una donna dice no è no. Impariamo a dire di no anche qui, con più chiarezza, affrontando la complessità delle questioni, alcune davvero contraddittorie, che ho messo sul campo.

Abbiamo tempo e voglia. O forse non abbiamo più tempo perchè bisogna che le cose cambino a partire da ora. Diamoci da fare e se siete arrivat* alla fine di questa lunga dissertazione potete fare un altro sforzo e dire la vostra opinione. La discussione è aperta.

Ps: Sulle offese virtuali per le quali si iniziano a prevedere o a proporre pene reali tenete a mente un caso di assassinio di avatar punito con la reclusione in giappone, una proposta di regolamentazione del mondo di second life e una vecchia discussione in germania.

Ri-pps: ci saranno sicuramente molti errori e forse anche periodi non esattamente comprensibili. non ho avuto tempo di rileggere. lo faccio appena posso e aggiungo i link per documentare tutto quello che ho scritto.

—>>>Foto prese in prestito da qui


6 Responses to “Quando lui pubblica foto e video per fare violenza su di lei”

  • Sicur@ che basti? – Femminismo a Sud Says:

    […] per chi non lo sa nella maniera più semplice possibile. Ne abbiamo ragionato in parte mentre parlavamo di foto e video hard pubblicate per fare violenza su una […]

  • rosa Says:

    infatti, non si sarebbe suicidata e non solo, l’ex ragazzo non avrebbe pubblicato le foto hard xke la sessualità femminile in quanto non sarebbe costituita peccato x la donna non le avrebbe urtato nemmeno di un pochino.
    Sicocme da secoli per noi donne fare sesso ostituisce come una specie di stupro sociale avviene questo schifo, si usa la sessualità contro di noi.

    baci ^_^ quest blog è interessantissimo

  • fikasicula Says:

    cara rosa,
    se la nostra società non fosse così puritana e interessata alla nostra vita sessuale, come giustamente dici tu, la ragazza che si è suicidata non si sarebbe preoccupata dell’effetto che avrebbe potuto avere la pubblicazione delle sue foto hard ne’ il tizio che le ha pubblicato avrebbe mai avuto l’idea di pubblicarle.
    su questo bisogna riflettere tanto. perciò bisogna ragionarci a partire dalla questione culturale. questo può salvare anche delle vite come tu stessa fai notare.

    ps: grazie della tua pazienza per aver letto tutto questo testo e per essere così costante nel tuo impegno contro la violenza contro le donne…

    un bacio

  • no alla violenza sulle donne Says:

    Da Rete non neutra Prendiamo questo caso: lui si vuole vendicare, la filma mentre lei fa sesso con alcuni uomini e poi mette foto e video online. L’azienda dalla quale la donna dipende, una a caso, l’alitalia, preoccupata dell’effetto che la questione

  • rosa Says:

    una ragazza di 16 anni si è suicidata dopo che il ragazzo ha pubblicato le foto hard in internet per vendicarsi che l’ha lasciato. Si è sparata con una pistola trovata in soffitta. A 16 anni.

    qui siamo di fronte a una società che non accetta le nsotre scelte., le nostre decisioni e si usano mezzi maschilisti come difofndere le foto, approfittando della disparità tra uomini e donne nell’approccio sessuale. Infatti vengono diffuse proprio per dire “mi ha lasciato, è una puttana, guarda le foto”

    ieri ho letto 1 statistica della meetic che parlava delle inibizioni sessuali dell’italiana. Ma se ancora viviamo in un paese dove il sesso viene usato contro le donne x denigrarle, violentarle e nn x liberarle, se ancora fare sesso significa x noi essere viste come putane se lo usiamo fuori da canoni di procreazione e desiderio maschile..come facciamo a disinibirci?